Cinquanta sfumature di...
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Cinquanta sfumature di…

(e dell’assoluto dominio del gattamortismo)

Correva l’anno 2011 quando esplose il caso editoriale (ma sarebbe meglio dire “caso”) del romanzo Cinquanta sfumature di grigio, firmato dall’inglese E.L. James (al secolo Erika Leonard). Ricordo che vedevo questa copertina ovunque, le locandine campeggiavano nelle vetrine delle librerie e ogni mattina, in metropolitana, scorgevo passeggeri, o meglio passeggere, avidamente intente nella lettura del libro. Sembravano addirittura brandirlo a mo’ di arma e/o di monito, come a dire: “Attenzione! Ora ne so. Eccome se ne so!”.

Dopo aver letto numerosi articoli su questo fenomeno letterario (ma sarebbe meglio dire “fenomeno”), sia in italiano, sia in inglese, confesso che la curiosità di leggerlo mi venne. Il mio spirito vagamente snobistico non mi avrebbe, tuttavia, mai spinta ad acquistarlo e fu così che me lo feci prestare (e, ora che ci penso, non l’ho ancora restituito…).

Ammetto di essermi accostata a quelle pagine con un certo pregiudizio e invero subito scoprii che esso era più che giustificato. Non riuscivo a credere a ciò che stavo leggendo. Sulle prime mi sembrò uno scherzo e mi domandai a chi potesse essere venuto in mente di dare alle stampe cotanta storia; evidentemente a qualcuno più scaltro e lungimirante di me, visto che era diventato un best seller e stava fruttando un sacco di soldi.

Non ho mai avuto il senso degli affari e il fatto che se fossi stata un editore (e meno male che non lo sono) avrei lanciato dalla finestra un testo del genere, lo dimostra pienamente.

Come lettrice, davanti a Cinquanta sfumature di grigio, mi sentii completamente spiazzata. Era un tema delle medie? Un diario di uno spirito romantico in cerca del brivido bondage oppure una rivisitazione tras/aggressiva del classico romanzo Harmony? Non riuscivo a capirlo e, giuro, mi sforzai di andare avanti fino a quando la noia ebbe la meglio e non mi permise di giungere all’epilogo.

Di fronte a simili proposizioni “Sono sospesa sulla realtà. Sono in questo appartamento fantastico, a fare sesso fantastico con un il mio uomo fantastico, mentre la cruda realtà è che lui vuole un accordo speciale, anche se ha promesso che si sforzerà di darmi di più” e ancora “Un lento sorriso sensuale si forma sul suo splendido volto lasciandomi senza parole. E’ certamente l’uomo più bello del pianeta, troppo bello per le persone minuscole più in basso, troppo bello per me” cedetti all’abbandono.

Del libro, ovviamente, che ancora oggi riposa su uno scaffale in attesa di essere restituito alla legittima proprietaria.

La cosa che mi colpì maggiormente fu proprio il successo che suscitò per il contenuto, definito “altamente erotico”, che ne fece la fortuna planetaria.

Christian e Anastasia – tra lacci, fruste e bende – avevano spalancato le porte della Stanza Rossa (e del conseguente “proibitissimo” piacere) alle lettrici di ogni età, lasciando invece me (e, di sicuro, moltissimi altri/e) sulla soglia a chiedermi: “E allora?”.

Due sculacciate, qualche sex toy, un paio di manette e una mascherina dovrebbero aprire “nuovi” orizzonti del sesso? Trasportarci verso amplessi sconosciuti? Suvvia!

Leggendo le descrizioni di quei congiungimenti carnali, guarniti di pelle nera e di scudisci per amplificare l’effetto scenico, qualsiasi donna dedita al copular vivace e senza inibizioni si sentirebbe più maliarda di Catherine Tramell in Basic Instinct!

Ma davvero ci si può eccitare di fronte alle fantasie, così vergate sulla pagina, di Mr. Gray e, soprattutto, ai lagnosi sospiri di Miss Steele?

Ebbene si può, tanto che ai libri (ben tre) sono seguiti altrettanti film di diversi toni cromatici: grigio, nero e rosso.

All’anteprima per la stampa di Cinquanta sfumature di grigio (2015, Sam Taylor-Johnson) andai con le più alte aspettative. Organizzammo, con qualche collega e con qualcuno dei miei ex allievi del Master, una sorta di “gruppo di ascolto”, posizionandoci nel nostro luogo preferito della sala: la piccionaia.

Quasi nessuno aveva letto il libro ma gli ingredienti per una storia di involontaria comicità c’erano tutti. Uscimmo dal cinema amaramente delusi. Le risate che contavamo di farci si convertirono in sbadigli, tanto che una mia collega, reduce da una giornataccia in redazione, si addormentò ben prima dell’accoppiamento, vivacizzato da qualche scappellotto, tra le lenzuola vermiglie.

Andò meglio con Cinquanta sfumature di nero (2017,James Foley).

In quel caso ci divertimmo abbastanza soprattutto perché la storia si stava arricchendo di un’avvincente nuance thriller, sopraggiunta a intorbidire il sentimento (eh sì, perché dopo il sesso e le fruste si iniziò a parlar d’amore), che terminò con un cliffhanger gravido di attesa per il terzo capitolo.

Cinquanta sfumature di rosso (2018, e ancora Foley dietro la macchina da presa) è già campione di incassi nel primo week end di uscita e ai fan della piccionaia non resta che un bruciante disincanto.

Non avremmo mai creduto di rimpiangere le Geisha Balls di Anastasia (come dimenticare i deliziosi giocattolini che la Nostra non esitava a provare?) o gli sguardi “maledetti” di Mr. Gray, in grado non solo di sopravvivere allo schianto di un elicottero ma di presentarsi subito dopo alla sua bella con qualche graffio e senza manco un mal di testa, e invece…

Nel film numero tre il thriller è così denso di mistero che manca solo una freccia luminosa a indicare il colpevole e l’intero armamentario bondage viene praticamente riposto in soffitta come una vecchia sedia a dondolo. Tutta la trasgressione e la perversione delle bollenti performance di Christian e Anastasia si sciolgono come gelato al sole e proprio a quel gelato, al posto di frustini e manette, viene demandato il compito di stuzzicare l’appetito erotico dei due amanti divenuti (addirittura!) marito e moglie.

Ma come? Uscite dalla Stanza Rossa e finite così? Sul tavolo della cucina e il barattolino Haagen-Dazs?

Quanta amarezza!

Proprio E.L. James dopo aver sdoganato lo scudiscio, scoperto il potere rivoluzionario della benda sugli occhi e dischiuso a migliaia e migliaia di lettrici il fantastico universo dell’alcova scarlatta ci riporta al soft eros cinematografico degli anni Ottanta, con un’inversione di rotta che disorienta e al tempo stesso avvilisce perché non fa che sottolineare una evidente, incontrovertibile e lampante verità: l’assoluto dominio del gattamortismo.

Donne di tutto il mondo, dovete farvene una ragione, tutte le sfumature possibili di un qualsivoglia Mr Gray, bello, figo e assatanato quanto vuoi, non potranno mai e poi mai contrastare questa attitudine di cui Anastasia ne rappresenta la quintessenza.

Pagine e pagine per dimostrare, alla fine, soltanto questo e concludere la sag(r)a cromatica più celebre del globo come la più banale delle favole e nell’happy end in stile provenzale (vento tra i capelli e protagonisti a piedi nudi) mi è sembrato di scorgere l’astuta E.L. (sotto le spoglie di Ana) guardare in macchina con un sorrisino beffardo, come a dire: “Vi ho fregati, eh?”.

Eccome.