Song to song
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Song to song

Mai come in questo caso (o, forse, ancora una volta) occorre sgomberare il campo da quegli equivoci, invero improvvidi, che continuano ad affollarsi sul cinema di Terrence Malick. Il regista di Ottawa prosegue il proprio percorso di ricerca visiva e filosofica battendo quel sentiero che aveva già imboccato, in via definitiva dopo The Tree of Life (2011), con To the Wonder (2013) e successivamente con Knight of Cups (2015); ovvero l’esplorazione, a dir poco avventurosa, dell’intangibilità dei sentimenti.song-to-song-1

Dagli equivoci, dicevamo, è necessario liberarsi per poter approcciare un film come questo, non soltanto da un lato meramente critico ma altresì percettivo, legato quindi al suo valore di senso. Quest’ultimo, infatti, risiede non “semplicemente” nel suo essere un oggetto filmico ma, prevalentemente, un oggetto artistico che, come tale, presenta sfaccettature – e perché no – contraddizioni, che fanno parte di quel vivere che, come affermava il filosofo Wilhelm Dilthey, indica fondamentalmente “l’essere consci di un vissuto”.
Dall’ipnosi danzante di To The Wonder, fino alla riconciliazione tra il passato e il presente di Knight of Cups, Malick utilizza questa volta la musica come chiave di accesso per aprire le porte “a” e “di” un amore che è continuamente in bilico tra eccitazione e patimento, tra spessore e vuoto.
Ciò che i personaggi vivono, infatti, è un’esistenza scandita sì da una passione musicale ma, soprattutto, dal susseguirsi delle sue dissonanze emotive che rendono il loro “vissuto” ondivago, talvolta ambiguo, e mai riconducibile ad un (s)oggetto univoco, emozionale o visuale.
Il musicista BV, insieme alla sua compagna cantautrice Faye e al produttore Cook compongono le facce di un triangolo che cerca di geometrizzare un sentimento che invece scivola, letteralmente, da tutti e tre i lati e sfugge ad ogni tentativo che possa renderlo de-finito, così come l’acqua (l’elemento naturale che avvolge l’intero film) che continua a fluire, cambiando forma e direzione, secondo la volontà o il caso. Di questi ultimi, infatti, i protagonisti sembrano in balìa, perennemente combattuti tra la fedeltà e il tradimento, il miraggio del successo e il terrore del fallimento.
Girato quasi interamente ad Austin, nel Texas, durante tre importanti festival musicali, Song to Song si cala nell’atmosfera delle kermesse, mescolando al sound degli artisti, le voci dei protagonisti e di alcune celebrità come Iggy Pop, Patti Smith, Kiedis, Smith e Flea dei Red Hot Chili Peppers, Rotten dei Sex Pistols e Florence Welch che fungono pertinentemente da “coro” alla narrazione di Malick che, ancora una volta, usa un linguaggio eclettico e composito per raccontare la storia dell’eterna caducità umana.
Le parole stesse, spesso enunciate fuori campo, vengono impiegate in modo ritmico non tanto per esprimere il loro immediato o istintivo significato quanto per mostrare quel flusso di pensieri e di mutamenti che alberga in ogni personaggio. Il linguaggio esplicito, infatti, bergosianamente inteso, può addirittura rivelarsi un ostacolo perché nell’utilizzare la banalità della semplice spiegazione si rischia di tentare – e, inevitabilmente, di fallire – nell’impresa di dare concretezza all’intangibile.
Il cinema di Malick, e non ci stancheremo mai di sottolinearlo, non è “soltanto” cinema ma, per dirla con Deleuze, diventa un modo di liberare quei valori “non-posati”, non più riconducibili quindi ad una immobilità (e, di conseguenza, ad una rassicurante limpidezza di significato) ma che, al contrario, celebrano un continuo divenire, come la vita stessa, tragicamente o meravigliosamente umana.

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Lo spazio della visione è per Malick il territorio sul quale posizionare i suoi protagonisti e i loro sentimenti che hanno pari dignità e importanza, così come la Natura entra prepotentemente in un luogo fisico (una casa, una stanza…) che non le oppone resistenza alcuna ma lascia che essa lo accerchi e lo penetri, attraverso pareti di vetro, specchi riflettenti, riverberi dell’acqua, illuminati dalla fulgida fotografia di Emmanuel Lubezki.
Vi è bellezza in questo film, tanta stordente bellezza che è non certo superficiale ostentazione quanto il suo esatto opposto: una spietata critica alla sterile esibizione del potere, sia esso della fama, del denaro o del sesso.
A tutti coloro che, ultimamente, muovono alla poetica malickiana l’accusa della ripetitività ci sentiamo di rispondere che la reiterazione di un pensiero o di un concetto non è necessariamente un difetto se perseguita continuando ad esplorare, con coerenza, la profondità dell’immagine e della sua riproduzione.
Lo sguardo e l’indagine estetica del regista americano possono risultare ostici o non condivisibili ma conservano il pregio di mantenersi distanti da un sistema codificato della mera rappresentazione per andare oltre il “limite” del cinema e avventurarsi in quell’altrove da esperire in un unico modo possibile: sconfinando.

© CultFrame 05/2017

Titolo: Song to Song / Regia: Terrence Malick / Sceneggiatura: Terrence Malick / Montaggio: Rehman Nizar Ali, Hank Corwin, Keith Fraase/ Fotografia: Emmanuel Lubezki / Scenografia: Jack Fisk / Supervisore musicale: Lauren Marie Mikus / Interpreti: Ryan Gosling, Rooney Mara, Michael Fassbender, Natalie Portman, Cate Blanchett, Holly Hunter, Berenice Marlohe, Val Kilmer / Produzione: Sarah Green, Nicolas Gonda, Ken Kao / Distribuzione: Lucky Red / Usa, 2016 /Durata: 129 minuti